Diventare una famiglia ospitante in Italia
Papà Luca: Nessuna esperienza è inutile

Con quattro esperienze alle spalle, la famiglia di papà Luca dall'Italia è felice di poter condividere con noi i segreti che stanno alla base di una convivenza di successo, uno fra tutti la valutazione delle reciproche aspettative.



Host dad Luca with his family. Anche quest’anno, per la quarta estate consecutiva, abbiamo deciso di affidare i nostri bambini (Chiara 11 anni, Barbara 9 e Andrea 4) alle “cure” di una giovane ragazza alla pari. Dopo Rita dall’Ungheria, Ilse dall’Austria e Sophie dall’Inghilterra, a luglio del 2011 è arrivata Julia dalla Bulgaria. Perché ospitare una ragazza alla pari?

Gli au pair non lavorano per la famiglia, bensì fanno parte della famiglia

In primo luogo c’è una necessità di ordine pratico. Durante l’estate le scuole sono chiuse ma io e mia moglie (a parte il breve periodo delle ferie) dobbiamo continuare a lavorare! Quindi i bambini hanno bisogno, in talune fasce orarie, di qualcuno che si occupi di loro. Tuttavia ciò differisce da un semplice baby sitting perché nel periodo di sua permanenza nella nostra casa, l'au pair non è una persona che lavora PER noi ma CON noi. Per noi è una di famiglia (almeno noi cerchiamo di farla sentire tale!). Inoltre riteniamo fondamentale l’aspetto culturale: la ragazza migliora il suo italiano e la conoscenza della nostra cultura, delle nostre tradizioni e dei nostri posti e lei contestualmente ci trasmette aspetti di conoscenza del suo paese. Per i bimbi (ed anche per noi adulti!) capire ed apprezzare le diversità è molto importante ed utile. A volte ci viene chiesto se c’è qualche aspetto negativo nell’accogliere un’au pair. Beh, forse l’unica piccola limitazione è nella privacy che si determina dall’avere una persona ospite a casa. Tuttavia se la ragazza ha un comportamento rispettoso non si crea alcun problema.

È importante condividere anche le esperienze negative

Noi abbiamo avuto in altri casi delle esperienze veramente positive, e le ragazze ospitate sono diventate amiche e sorelle più grandi dei nostri bimbi, ma quest’anno non tutto è andato per il verso giusto. Crediamo che sia utile raccontare la nostra esperienza anche perché come diceva Oscar Wilde “l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori”.

Patti chiari e amicizia lunga!

Noi crediamo che, fondamentalmente, quando una famiglia ospitante ed una ragazza au pair si incontrano, dovrebbe essere chiaro cosa le due parti si aspettano l’una dall’altra. E’ molto importante che questo chiarimento avvenga nei primi giorni di permanenza della ragazza o, ancora meglio, prima del suo arrivo, magari con e-mail o con l’aiuto della videoconferenza. E’ per questo che scriviamo di solito molte mail alla ragazza spiegandole in che cosa consiste “gestire” tre bambini per più di 30 ore alla settimana. Scriviamo dove abitiamo - in campagna - per far capire che non è agevole il raggiungimento dei locali cittadini, specialmente nelle ore serali. Spieghiamo che la ragazza, pur nella libertà di organizzarsi autonomamente il suo tempo libero, sarà tenuta a rispettare le nostre regole di convivenza (ad esempio mangiare a tavola con noi o non rincasare a notte fonda). Insomma applichiamo il vecchio adagio “patti chiari, amicizia lunga”.

Aiutarsi a vicenda dovrebbe essere qualcosa di naturale

Purtroppo però, quest’anno, tale cautela non è stata sufficiente. Julia ha scelto la nostra famiglia principalmente per la sua vicinanza della città (La Spezia) alle belle spiagge della nostra riviera. Ciò, evidentemente, nascondeva l’intenzione della ragazza di farsi una vacanza più che il desiderio di essere parte di un’altra famiglia con tutti gli aspetti relazionali che questo comporta. Inoltre non ha sviluppato quel sentimento di empatia che è fondamentale per poter essere di aiuto a tutti noi. Noi crediamo che non ci dovrebbe essere bisogno di dire alla ragazza continuamente “fai questo” o “fai quest’altro” ma a seconda delle necessità i componenti della famiglia – compresa lei – dovrebbero collaborare guidati dal buon senso più che dalle prescrizioni. Insomma questo è il messaggio che vogliamo trasmettere ai nostri figli e pensiamo che debba valere anche per la ragazza alla pari: darsi una mano quando ce n’è bisogno.

Lo scambio è alla base dell’esperienza alla pari

Noi riteniamo che la valenza formativa di lavorare, anche se per un breve periodo, e affrontare le eventuali difficoltà di una convivenza con altre persone, sia molto grande. Inoltre andare all’estero in famiglia può significare migliorare la conoscenza di una lingua in modo determinante. Se la ragazza non ha in sé il forte desiderio di integrarsi ma solo la voglia di divertirsi o di farsi raggiungere dal fidanzato è evidente che i rapporti si deteriorano velocemente e si perde il senso di uno scambio proficuo che sta alla base dell’esperienza “au pair”.

Non è stata un'esperienza inutile

Julia è partita con 15 giorni di anticipo sul previsto ma non è stata una esperienza inutile. Certamente non per noi ma crediamo neppure per lei. Abbiamo infatti cercato di trasmetterle il nostro punto di vista, cioè che fare la ragazza alla pari è pur sempre svolgere un compito di responsabilità, un servizio alla famiglia, un’esperienza di lavoro e non una vacanza (per fare la quale normalmente si paga, e non si è pagati!). Ripeteremo sicuramente l’esperienza il prossimo anno cercando una ragazza, magari più motivata, ma sempre con l’aiuto di aupair-world.net!

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